Ignazio Buttitta – La peddi nova (2013)

La peddi novaIgnazio Buttitta – La peddi nova (2013)
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A cura di Salvatore Silvano Nigro

Con questo volume la casa editrice inizia la pubblicazione delle fondamentali raccolte poetiche di Ignazio Buttitta, quattro in tutto, che per vent’anni, dal 1963 al 1983, l’hanno visto cantore della vita e della morte nel più musicale dei dialetti.

Questa raccolta di poesie venne per la prima volta pubblicata nel 1963. Carlo Levi (che scrisse la prefazione al volume) e Leonardo Sciascia (che recensì l’opera sul giornale «L’Ora») ne parlarono come di un «libro straordinario» che aveva segnato una «svolta» decisiva, e aveva aperto un «periodo nuovo» nella produzione poetica di Ignazio Buttitta. Era stato Pasolini a indirizzare il nuovo corso. Di Pasolini è il titolo del volume, La peddi nova. E a Pasolini è dedicato il primo componimento della raccolta: il «manifesto» della poesia nuova, scavata dalla storia e dalla pietas (di tonalità leopardiana) per «il peso del dolore». Si legge, nel saggio introduttivo alla presente ristampa: «Ora… il poeta… ha il volto velato dai pensieri. Ha uno sguardo più universale e sgomento. Partecipa al dolore dell’umanità, granello di sabbia in una spiaggia, pesce nella rete come gli altri. Gli “omini tutti” vanno verso l’orizzonte, su una barca di paglia. Il poeta è uno spettatore lontano piantato nell’impotenza. Le vicende ordinarie della vita sono varie, nel villaggio- mondo percorso con gravità di passi. Comprendono casi di ripugnante fraternità, una sensualità frustrata, o tale da prendere aria e vento in una allucinazione di carni prosperose, e salti ciechi nella morte, in mezzo a un odor di moccolaia. Ci si può imbattere nel dolore delle madri o in situazioni che richiedono i graffi e le lacerazioni della satira. E può capitare di raggiungere una piazza metafisica, relegata nel silenzio, e incontrarvi un prete e un cane che, seduti come amici, discettano in latino». Ha scritto Pasolini: «quest’umile uomo di Bagheria, sentimentale, estroverso, ingenuo, e – secondo lo schema della poesia popolare del “malnato” – tormentato da una mancanza di amore materno che lo ha reso orfano e ossesso – è quello che si dice un buon poeta». Contini (che leggendo Buttitta si sentì spesso trasportato verso Jacopone da Todi) ebbe a parlare della potenza di una poesia che arde «nel magma del suo incendio».

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